martedì 13 marzo 2012

TI REGALO CAPO NORD!

(A renna donata non si guarda in bocca)

A Milli.



“Prima devi dirmi di sì.”
Era cominciata così la telefonata di mia sorella Lisa.
Cioè (come dicono i giovani, quando vogliono chiarire un concetto, affermando l’esatto contrario di quanto hanno appena enunciato; esempio: sì, cioè no) Lisa non è mia sorella.
Spiego.
Con Lisa siamo amici (amici e basta!) da quando lei aveva quindici anni e io quattordici e, siccome frequentavamo la stessa classe del Ginnasio, io andavo a studiare a casa sua (che poi passassimo più tempo a chiacchierare che a studiare è un altro discorso). Sua madre mi ha sempre chiamato il “suo bimbo” (pur avendone uno suo, vero, di dieci anni più piccolo) e tale sono rimasto. Ne consegue che Lisa non è mia sorella, ma è come se lo fosse. Anzi, per definirla, avevo pensato di usare qui un neologismo: amirella (meglio di “sormìca”, che fa pensare all’imenottero, o di “somìca”, che suona come una confessione di insipienza). Ma poi ho lasciato perdere. Tanto avete capito lo stesso.
Apro una parentesi (come dicono i vecchi, quando divagano trascinati dalla fuga delle idee, ma non è il mio caso). Quando avevo quasi quarant’anni, un giorno, al mio rientro in ufficio, la segretaria mi dice: “Stamattina è venuta a cercarla la sua mamma.” Istintiva introduzione della mia mano destra in tasca, come se dovessi controllare qualcosa che porto sempre con me. Sì, perché la mia mamma (quella naturale) è morta quando ero quindicenne. Non so se mi spiego. Era stata la madre di Lisa a passare, per chiedere notizie del “suo bimbo”.
Mi sono spiegato? Chiusa parentesi.
Dunque, quella mattina di aprile, mi telefona Lisa, chiedendomi di dirle di sì, prima di sapere quale sia la domanda.
“Qual’è la domanda, scusa?” chiedo io, appunto.
“Non è una domanda, – fa lei – è una proposta.”
“Peggio. – faccio io – A maggior ragione, vorrei sapere prima...”
“No, – lei, querula – prima dimmi di sì, perché tanto non puoi rifiutare.”
“E che proposta è, – io, ironico – quella del film Il Padrino?”
Ride.
“No, – dice – io e Olaf abbiamo deciso di farti un regalo.”
“O bella, – dico – mi telefoni da Oslo, per propormi di accettare un regalo, e ti preoccupi che ti dica di sì prima? Che senso ha?”
Spiego.
Circa vent’anni fa, Lisa ha sposato un medico norvegese, conosciuto in Francia ai tempi dell’università, e da allora vive a Oslo. Lui si chiama Olaf, appunto, ma non so se si scriva con la O o con la U, perché si pronuncia con un suono più vicino a Ulaf, per cui chiamatelo come vi pare.
Ora, la domanda è: perché un’amica/sorella (tutto sommato, amirella non andava male) dovrebbe telefonarmi dalla Norvegia (con quel che costano le chiamate internazionali), per ottenere il mio consenso preventivo ad accettare un regalo? Se a chiamarmi fosse un altro, penserei a una fregatura, ma, siccome è Lisa, mi preoccupo di più. Sì, perché lei è inattendibile per natura, fin dalla nascita. Forse questione di DNA, non so. Per esempio, ai tempi della scuola, mai una volta che sapesse quali materie c’erano il giorno dopo. Se dovevamo trovarci tutti insieme, per andare in pizzeria, mai che azzeccasse il locale giusto. Se ti indicava un percorso, ti ritrovavi dall’altra parte della città. E così via. Se fosse vissuta in America, con quelle numerazioni delle strade Est e Ovest o Nord e Sud, credo che non avrebbe mai trovato la porta di casa. Per questo mi preoccupo e assumo un atteggiamento esplorativo.
“Perché volete farmi un regalo?” dico.
“Per tutto il tuo interessamento negli affari della mamma...”
“Ma figurati!” la interrompo.
“... e poi perché ci va di farlo.” conclude.
“Ammettendo - io, prudente - che dicessi di sì, che regalo sarebbe?”
“Oh, bene! – lei, entusiasta, come se avessi già accettato – Un viaggio a Capo Nord.”
“Prego?”
Spiego.
Io sono stato in Norvegia, alcuni anni fa. Ho visto Oslo, Bergen e ho visitato i fiordi a Nord di questa città. Stupendi, sotto il sole! Il mare blu zaffiro, le coste verde smeraldo. Ne ho raccontato mirabilia a tutti gli amici, mostrando le diapositive. Molti si sono invogliati e l’anno dopo ci sono andati. Sono tornati incazzati neri. Visto niente. Nubi basse, rasomare, pioggia e colore grigio-ardesia uniforme. Sole, mai più comparso, dopo quella volta che ci sono stato io. Forse lo rivedranno fra un’altra decina d’anni. Nei paesi in fondo ai fiordi ancora ne parlano, nelle lunghe notti d’inverno. Il Mago del Sole. La leggenda! Una nuova saga. Altro che Beowulf! Basta.
Quella volta, quando avevo mostrato loro le diapositive, gli amici che non sapevano la geografia mi avevano detto: “Ma come, eri a Oslo e non sei andato a Capo Nord?”
Ora, da Oslo a Capo Nord ci sono circa duemilacinquecento chilometri (metro più, metro meno).
Come dire che, quando arrivi a Oslo da Roma, sei a metà strada. Per di più, come tutti sanno o è bene che sappiano, a Capo Nord non c’è assolutamente nulla, né vegetazione né altro, solo qualche lichene abbarbicato a una spianata brulla, in cima a una rupe di granito scuro battuta dai venti, a picco sull’Oceano Polare Artico.

Io, che lo sapevo anche senza esserci stato, in quel mio primo viaggio in Norvegia mi ero ben guardato dal prendere anche solo in considerazione la possibilità di scaraventarmi in capo al mondo (alla lettera), per non vedere niente.
Invece andava di moda, fra i motociclisti sciroccati (tipo centauro: busto umano e corpo di Harley-Davidson), vantarsi con gli amici del bar: “Sono andato in moto a Capo Nord.” “Ti sta bene! – dico io – Così un’altra volta impari!” Dice: “Per vedere il sole a mezzanotte.” Bene, statisticamente il sole, a Capo Nord, lo si vede un giorno all’anno. Ma mica tutti gli anni. Nessuno dei centharley lo ha visto, garantisco. Anche se non osa confessarlo. Ce n’erano anche certuni, che ci erano andati in Cinquecento. Non nel senso della gita in un gruppo numeroso, nel senso dell’automobile. Sempre in solitario, massimo in due, uguale ai centharley. Unica differenza, che hanno preso meno freddo, durante il tragitto. In compenso, ci hanno impiegato molto più tempo. Forse, all’arrivo, non hanno montato la canadese e hanno preferito dormire rattrappiti nell’abitacolo. Certo, la mattina dopo l’hanno impiegata tutta per riacquistare la stazione eretta, ma vuoi mettere la soddisfazione di raccontarlo? Comunque, sole e paesaggio idem come sopra.
“Ma a Capo Nord non c’è niente!” mi scappa detto spontaneo, anche se (lo ammetto) con poco tatto.
“Ma no, – fa lei – Capo Nord è per dire. Una fantastica crociera sul postale dei fiordi, Hurtigruten, che vuol dire ‘la rotta rapida’. Un percorso che fanno dal 1893. Il Mare di Norvegia, sul postale trasformato in nave passeggeri. Sette giorni a giugno, col sole che non tramonta mai. Pensa che Jean Paul Sartre e Simone de Beauvoir l’hanno fatto tredici volte. E poi a pesca di salmoni sul fiume, al confine con la Finlandia, e un matrimonio lappone. Quindici giorni in tutto. Non è straordinario?”


Sì, certo... detto così... forse... però... Per associazione d’idee, mi è venuto in mente Sette giorni a maggio, il titolo del film di Frankenheimer sul pericolo di una guerra nucleare.
Insomma, non un bel presagio. Non sarà come le materie al ginnasio? Anche la storia di Sartre. Sarà vera o solo propaganda?
E poi, sì, lui è stato uno dei miei miti giovanili, lo riconosco, ma non potrebbe essere che, negli ultimi anni, si fosse un po’ rincoglionito? Magari Simone lo accompagnava per condiscendenza, come quando si prestava (dicono) ai giochetti di lui con le studentesse. Tredici volte lo stesso viaggio, diventa un lavoro.
“Come no! – dico – Fantastico davvero. Però...”
“Niente però, – m’interrompe – hai accettato. Dovete pagare solo il viaggio aereo per Oslo e ritorno. A tutto il resto provvediamo noi.”
“Non è questo, – dico (in realtà, è anche questo, perché attraverso, come si dice, un momento di scarsa liquidità) – è che giugno è un mese di lavoro pieno. Come facciamo a lasciare?”
“Vi fate sostituire da qualcuno, dov’è il problema?”
“Non è così semplice.”
“Certo che è semplice. Semplicissimo. Basta volere. Se non venite, vi tolgo il saluto. Fra noi tutto finito. E poi ci saranno anche Lilli – e il vagabondo, mi verrebbe da dire, invece no – e Luca.”
Non li conosco. Cioè (idem come sopra) so che lei è la sorella maggiore di una mia amica e lui il suo compagno, ma non li ho mai visti. Perché la loro presenza dovrebbe essere un incentivo ad accettare, non si capisce proprio.
“Facciamo così, – dico, anche per evitare che la telefonata costi più del viaggio-premio – adesso ne parlo con Deanna e vedo se si può organizzare un’assenza di quindici giorni in quel periodo. Intanto vi ringrazio molto, tu e Olaf, davvero. Eccetera, eccetera...”
Fine della telefonata. Inizio delle riflessioni.
Questo regalo non mi interessa, ma come si fa a rifiutare un regalo? Soprattutto, quando a farlo è la tua amica/sorella (o amirella?)? Oddìo, a rigore, non è proprio un vero regalo. Un vero regalo è qualcosa che ti danno e non ti costa niente, mentre qui ci sono da pagare i biglietti aerei di due persone, per Oslo, e in un periodo di vacche magre, anzi anoressiche, che quelle di Calcutta, al confronto, sembrano obese. Poi, come si fa a dire ai colleghi che ce ne andiamo per quindici giorni, proprio nel mese di maggior lavoro? È pur vero che gli altri sono andati a fare la settimana bianca e noi no.
Appena vedo Deanna, racconto.
“A Capo Nord? – fa lei – Ma non c’è niente!”
Già detto, per cui (com’è tipico di ogni avvocato che si rispetti) prendo le difese dell’indifendibile proposta.
“Ma no, – recito (proprio nel senso di ri-cito) – Capo Nord è per dire. Una fantastica crociera... Hurtigruten... dal 1893... Jean Paul Sartre... salmoni... matrimonio lappone... ” e via filastroccando.
“In costume?” domanda.
“La crociera? Non credo. Perché? È mica carnevale.”
“Ma no, cretino, dico il matrimonio lappone. Saranno in costume gli sposi? Sono belli i costumi dei lapponi, decorati, colorati. Ho visto delle foto.”
Le ho viste anch’io, ma non ci avevo pensato. Del resto avevo visto anche, su un dépliant, belle ragazze norvegesi, sorridenti nei loro costumi, ma sul posto non ne ho mai incontrata nemmeno una. Solo gigantesse tutte tette e culo, che sembravano disegnate da Crumb (quello di Fritz il gatto, non so se avete presente). Non dico brutte, ma troppo grosse per noi piccoli nativi dei Paesi mediterranei.
“Bèh, certo. – dico, adesso che ho fatto mente locale – Matrimonio lappone, in costume tradizionale lappone. È ovvio.”
Mi par già di vederli, i due giganteschi sposi con le facce da eschimesi, che arrivano sulla slitta trainata da renne, opportunamente agghindate per la cerimonia. E intorno tutti gli altri colossi festanti, nei loro vestiti variopinti: pantaloni attillatissimi, bluse blu lunghe fino a metà coscia e ornate di fasce ricamate a colori vivaci, strette in vita da alte cinture di cuoio borchiato, e in testa cappelli cilindrici terminanti con quattro punte, circondati da bande colorate. Almeno nelle fotografie erano così e io così me li figuro: che scuotono gran sonagli e cantano Jingle Bells. Non c’entra niente, lo so, ma è per associazione d’idee: la slitta... le renne... Babbo Natale... Automatico. Anche senza neve. Però col sole a mezzanotte. Non male.
“La pesca al salmone, mi piacerebbe.” sta dicendo Deanna.
“Come no.” io, che non ho mai preso in mano una canna da pesca.
Una volta, in Scozia, in una giornata plumbea, ho osservato due pescatori, in piedi sull’argine di un fiume torrenziale. Pescavano i salmoni in risalita. Almeno ci provavano. Pioveva e loro stavano lì, con l’acqua sopra e l’acqua sotto. Stoici. Immobili. Salvo quando ritiravano la lenza, attaccavano un’altra esca e la rilanciavano nella corrente. Segno che i pesci pappavano, ma non abboccavano. O era la corrente che la slamava. A meno che fossero esche artificiali e i salmoni le inghiottissero, troncando il filo di nylon e proseguendo verso il loro destino riproduttivo. Perché, per esserci, c’erano. Li vedevo saltare fuori dall’acqua, per superare i dislivelli del fiume. Se avessero avuto le braccia, sono certo che gli avrebbero anche fatto dei gestacci, ai pescatori, i quali immaginavo che gli mandassero dei gran cancheri, ai pesci. Io stavo comodamente seduto al ristorante, al caldo, a mangiare il frutto di una precedente pesca più fortunata. Ma, all’improvviso, vedo che uno dei due tentenna, si sbilancia, riprende l’equilibrio, tira la canna, manovra il mulinello, sbraita qualcosa all’altro, che molla la propria, afferra un retino e scende lungo l’argine, verso l’acqua limacciosa, dalla quale ogni tanto guizza fuori un affare pinnato e caudato, grigio macchiettato di scuro, di non meno di un metro di lunghezza. Impressionante. Era evidente che non stava facendo gestacci, ma anzi si dibatteva in preda alla disperazione. Tuttavia dava l’impressione di una grande forza. Lo si capiva dall’evidente fatica che faceva il pescatore per reggere la canna. La lotta durò un bel pezzo e anche quello col retino, quando fu chiaro come sarebbe finita, penò non poco per riuscire ad acchiapparlo. A quella scena, mi era passata la voglia di mangiare salmone. Per fortuna l’avevo già finito.
La frase di Deanna aveva evocato quella scena. Un combattimento titanico. Due uomini, grossi il doppio di me, avevano lottato un buon quarto d’ora, per avere ragione della belva natante. Non avevo idea di che cosa avrei fatto io, al loro posto. Forse avrei mollato tutto e sarei scappato via.
“Come no.” ripeto, molto meno convinto.
“Mah, non so... – lei – Pensiamoci.”
Era chiaro che l’idea cominciava a piacerle.
Così ne avevamo parlato ai colleghi, tutti molto comprensivi.
Il socio anziano, in particolare, aveva chiosato:
“A caval donato non si guarda in bocca, lo sai.”
“Veramente questa sarebbe piuttosto una renna.” avevo puntualizzato io.
“A maggior ragione.”
Bene. Era finita che avevamo deciso di accettare, con tripudio di Lisa, alla successiva telefonata, che aveva fornito ulteriori particolari: alberghi a cinque stelle, gran lusso, eccetera.
Dunque rompiamo tutti i salvadanai, sventriamo il materasso e solleviamo le mattonelle giuste del pavimento (una metafora, per dire che non ci fidiamo molto delle banche), mettendo insieme i soldi per l’acquisto dei biglietti aerei di andata e ritorno per Oslo. Così dato fondo alle riserve, non rimane che aspettare il giorno della partenza.
Intanto Deanna si documenta, da par suo.
“La pesca al salmone sarà sul fiume Teno.” dice.
L’incontro coi lapponi viene descritto nelle guide come uno dei motivi più stimolanti di un viaggio nell’estremo Nord d’Europa e quello sul postale come uno degli itinerari più spettacolari del mondo.
L’entusiasmo andava crescendo. Io, tuttavia, mantenevo una specie di inconscia riserva mentale. Sarà la mia istintiva prevenzione verso i viaggi, in generale, perché – come si dice – “partire è sempre un po’ morire”.
Una settimana prima della partenza, mi chiama Lisa:
“C’è un piccolo problema... – (ahia!) – Sono davvero imbarazzata...”
Non trova le parole. Il mio inconscio, invece, le trova subito e parla, prima dell’intervento della mia mente pensante:
“È saltato il viaggio?” mi sento dire, per niente deluso, anzi.
In realtà, a parlare è stato il mio Es, che ogni tanto prende il sopravvento.
“Ma no... no, non è questo...” fa lei.
Avverto chiaramente che Es è (adesso sì!) deluso.
“È che Olaf – riprende Lisa, imboccando finalmente un discorso filato – ha fatto i conti e si è accorto che non ci sta dentro. Cioè non riesce a pagare tutto, aerei, alberghi e crociera.”
Es si risolleva subito e continua a parlare per me: “Non ti preoccupare! Assolutamente! Nessun imbarazzo! Fra di noi! Ci mancherebbe altro! Sarà per un’altra volta!”
Es è così, istintivo, impulsivo, con la mania dei punti esclamativi.
“Non dirlo nemmeno per scherzo!”
Esclamativa anche lei. Che sia intervenuta l’Es-Lisa e stiano dialogando i due Id? Speriamo bene!
“Non salta niente. – aggiunge, prevenendo il mio Es – Olaf ha già risolto. Anticipa lui il pagamento di tutto. Voi dovrete rimborsargli solo il prezzo dei voli aerei interni.”
Secondo me, qui ha parlato il suo Ego, previo imbavagliamento del Super-Ego, che altrimenti avrebbe fatto valere i propri principi sociali, se non proprio morali, quelli che le ha insegnato la mamma. Tipo: “Lisa, non così! Non sta bene. Non puoi decidere tu per un altro e imporgli le tue decisioni.”
Io aspettavo (con una certa apprensione, devo dire) la reazione di Es. Che la mandasse a fare cose innominabili o che le ponesse quel dilemma che – tradotto in parole decenti – suonerebbe all’incirca così: “Avverti contrazioni dello sfintere anale o ti tentenna un dente?”
Invece niente. Ego-Lisa aveva messo al tappeto il mio Es in una sola mossa. Del resto, dovevo aspettarmelo. Lui, Es, coi maschi è un vero Superman, ma con le femmine perde tutti i super-poteri, come se in quella fessura ci fosse una miniera di kryptonite.
Faccio intervenire il mio Ego, nel disperato tentativo di correre ai ripari:
“Ma io non ce li ho, i soldi da rimborsare a Olaf. Ho dato fondo ai risparmi, raschiato il fondo del barile, toccato il fondo delle mie risorse economiche.”
Speravo che questo mio insistere col concetto di “fondo” avesse un effetto suggestivo.
Rendesse l’idea di un totale tracollo finanziario, una bancarotta impropria, insomma una situazione irrimediabile.
Macché!
“Non ti preoccupare. – l’implacabile Ego-Lisa o qualunque parte della sua psiche fosse – Glieli restituirai quando potrai.”
Per un attimo sono tentato di replicare: “Mai!” ma è solo un attimo.
“Ah bèh, se è così...”
Effetto kryptonite, evidentemente. Su tutta la mia psiche, conscia e inconscia. Non le chiedo nemmeno a quanto ammonti il prestito forzato.
“Bravo cretino!” Deanna, quando le riferisco il colloquio.
“Mica potevo dirle “mai”. E poi, quanto vuoi che sia il prezzo dei voli interni? Da loro gli aerei costano molto meno che da noi. Li prendono, come noi prendiamo i treni.” invento.
“Quelli sono gli americani.” mi corregge Deanna, che, in fatto di usi e costumi dei popoli della Terra, non teme confronti.
Basta. Arriva il giorno della partenza. Bagagli da spedizione scientifica artica. O quasi. Ci consola il fatto che non ci siamo dovuti portare insetticidi vari, come quando si va al Sud, perché – se Dio vuole – in Norvegia, per via del clima, niente scarafaggi né zanzare. L’aereo è pieno. Non credevo che ci fosse tanta gente diretta a Oslo. Chissà se ce ne sono altri con destinazione postale Hurtigruten? Ne dubito. E Lilli e Luca? Va’ a sapere.
Allo sbarco, ritirati i bagagli, noi e un’altra coppia convergiamo verso Lisa. Presentazioni. Per fortuna Lilli e Luca non sono quei due dall’aria schizzinosa, che con Deanna avevamo ipotizzato alla partenza. Con questi, invece, è immediata simpatia reciproca. Si comincia bene.
In macchina, ci scambiamo impressioni di viaggio, accenni alla crociera che faremo. Scopro che Luca ha uno spiccato senso dell’umorismo. E anche Lilli, cosa rara in una donna. Mi piacciono. Arrivati a casa, mentre scarichiamo le valigie, passa una coppia di vicini di Lisa, che sono stati in vacanza in Italia, l’anno prima. Ce li presenta.
“God dag?” è la domanda rivoltaci dai due.
So che significa “buongiorno” (quando non è mattina), perché è quasi uguale al tedesco (guten Tag) e poi ho imparato qualche parola durante il volo: takk (grazie), che serve sempre; koffert (valigia), nel caso che non si fosse trovata, all’arrivo; drosje (taxi), per l’ipotesi che Lisa si fosse persa e non fosse venuta a prenderci. Dunque i due nordici hanno detto “buongiorno”, ma perché ce lo chiedono?
“Ci stanno chiedendo se è un buon giorno? – domando a Lisa – Si usa così?”
Lei ride.
“No, – dice – non è una domanda, è l’intonazione.”
Allora mi torna in mente. Avevo dimenticato che, quando parlano i norvegesi, sembra sempre che la frase finisca con un punto interrogativo. E poi aspirano (anzi, espirano) le parole in un modo strano. Una specie di calabrese estremo inquisitorio, per dare un’idea.
Lisa ridicolizza bonariamente il nostro bagaglio:
“Sembri il nipote di Nobile, che deve attraversare il Polo col nipote di Amundsen. È primavera, ormai. Non c’è nemmeno più la neve.”
“Da quanto?”
“Veramente da pochi giorni. Comunque non c’è.”
Effettivamente c’è il sole e non si può dire che ci sia una temperatura polare, ma nemmeno fa caldo. Diciamo che da noi è già estate e qui è un fresco inizio di primavera.
La sera, al rientro di Olaf dal lavoro, si festeggia. Cibo italo-norvegese e vini francesi, dei quali è un cultore. Bottiglie con prezzi da mutuo. Dopo cena, ripasso dell’itinerario: domani, in aereo fino a Kirkenes, città mineraria vicina al confine russo; lì è pronta la macchina noleggiata da Olaf, con la quale raggiungeremo l’albergo, dove troveremo le guide, che ci accompagneranno, il giorno dopo, sulla riva del fiume Tana (non Teno, come credevamo), al confine con la Finlandia, a pescare i salmoni (plurale ottimistico); il giorno dopo ancora, partenza per il luogo (non meglio precisato), dove si svolgerà il matrimonio lappone; dopo un altro giorno, ritorno a Kirkenes e imbarco sul postale Hurtigruten.
“Come? Urticanten?” chiedo io, spinto dal vino tracannato, che aiuta gli altri a ridere. Segue il programma: all’arrivo del postale a Honningsvåg, chi vuole, può prendere il pullman fino a Capo Nord, per poi raggiungere nuovamente il postale a Hammerfest; navigazione fino a Bodø, dove si sbarca e si riprende l’aereo per Oslo.
Dopo quello che abbiamo mangiato e bevuto, credo che saremmo entusiasti anche se fossimo ebrei e ci illustrassero il programma di viaggio in vagoni piombati alla volta di Auschwitz. Dunque, applausi e baci della buonanotte, poi tutti a nanna.
L’indomani, imbarco aereo con destinazione Kirkenes, grosso modo 70° e rotti di latitudine Nord. Per capirci, Capo Nord è poco sopra i 71°. All’arrivo, ci aspetta il pulmino a nolo, alla cui guida siede Olaf, per dovere di ospitalità e poi perché l’unico norvegese è lui e nessun altro si assumerebbe la responsabilità. Comincia l’avventura! Siamo tutti gassati. “Come gli ebrei ad Auschwitz.” dico io, ma siccome è svanito l’effetto vino, nessuno ride. Forse Olaf l’avrebbe anche fatto, cortese com’è, ma non ha capito la battuta e nessuno si cura di tradurgliela in inglese. Meno che mai io, che sono già stato fulminato da uno sguardo di Deanna, accompagnato dalla frase, pronunciata a denti stretti: “Questa te la potevi risparmiare.”
Il fatto è che io sono dell’idea che non esista niente, per quanto sacro, di cui non si possa ridere. Per esempio, fin da ragazzo, sono sempre stato io il primo a mettermi in ridicolo, scherzando sui miei difetti, veri o inventati. Un po’, perché così prevenivo gli altri e poi perché, dopo, mi potevo permettere di farlo su di loro. Senza cattiveria, s’intende. Umorismo, non sarcasmo. Capisco che questo presuppone una specie di sospensione della pietà per gli altri, ma tant’è. Perciò ammiro gli ebrei con le loro barzellette atroci sugli ebrei. “Da Dio in su, non c’è niente, di cui non si possa ridere” è il mio motto. Ovviamente non tutti sono d’accordo.
Durante il tragitto, ho cercato qualche altra battuta, che mi riabilitasse, ma non l’ho trovata, così sono rimasto in silenzio, fino a quando ci siamo fermati davanti a un capannone in legno. Pensavo fosse per fare rifornimento.
“Di già? – chiedo – Ma quanto consuma?”
“This is our hotel.” annuncia Olaf.
Io scruto prima il capannone poi il cielo:
“Dev’essersi annuvolato, – dico – non si vede neanche una stella.”
Anche questa volta non ridono, ma per un altro motivo.
“Impeccable, n’est pas?” aggiungo e finalmente tutti scoppiano in una risata liberatoria.
Spiego.
Una volta, Deanna e io siamo andati, assieme a una coppia di amici, a fare un viaggio in Marocco. Formula aereo più macchina più alberghi (quelli davvero pieni di stelle, c’era anche La Mamounia di Marrakesh). In uno di questi, abbiamo fatto conoscenza con un marocchino, vestito da Tuareg, che ci ha proposto di rinunciare alle comodità del banale “cinque stelle”, per andare a dormire in un albergo in mezzo al deserto e l’indomani veder sorgere l’alba sulle dune.
“Perché accontentarvi di cinque? – chiedeva l’imbonitore arabo – Potete avere tutte le stelle del firmamento sulla vostra testa, dormendo all’aperto. Oppure potete riposare in una comoda camera, dopo aver fatto una doccia e cenato col miglior cous-cous di tutto il Marocco.”
Le due donne, subito entusiaste (la voce della mente istintiva). Noi uomini, un po’ perplessi (la voce della mente razionale). Dormire sotto le stelle? Di notte, nel deserto, ci sono temperature polari. Fare una doccia? E dove la prendono l’acqua? Forse l’albergo è in un’oasi? Basta. Partiamo con l’arabo al volante. Ancora mi chiedo come si orizzontasse nel buio totale e senza strade. Forse con le stelle, appunto. Dopo un viaggio interminabile, arriviamo. Niente oasi. Niente acqua. Nemmeno luce. Stelle sì, quante ne volevi. L’albergo era una costruzione bassa, illuminata dalla luna. Convinciamo le donne a scegliere di dormire in camera, raccontando che di notte, nel deserto, ci sono i serpenti. È vero. Il nostro mentore apre una porta e fa luce all’interno con una lampada ad acetilene: niente mobili, solo un pagliericcio steso sulla sabbia e pieno di sabbia. Per fortuna, la penombra non consentiva di distinguere il colore delle lenzuola.
“Impeccable, n’est pas?” dice il finto Tuareg con vera faccia di tolla.
In effetti, l’albergo norvegese era quasi altrettanto impeccabile. L’arredo delle camere, pavimentate con linoleum, era costituito da un letto e un armadietto, tipo caserma. Il bagno, grande più della stanza, era dotato di una megaspazzola di gomma (come quelle dei tergicristallo) montata su lungo manico, che scoprimmo subito essere indispensabile, per evitare che l’acqua della doccia finisse sotto il letto. Sì, perché gli acuti progettisti norvegesi, sempre attenti alla forma fisica dei propri connazionali, avevano ideato questo astuto artificio: il pavimento del bagno era costituito da un piano inclinato, pendente verso la camera da letto, cosicché il cliente intenzionato a lavarsi, dopo il primo getto d’acqua, doveva, nell’ordine, richiudere il rubinetto, precipitarsi ad afferrare lo spazzolone, sorpassare il liquido discendente e respingerlo energicamente verso la zona alta del bagno, dove era collocato l’imbocco dello scolatoio, quindi riaprire il rubinetto e ripetere la sequenza. Questo, per trenta o quaranta volte, fino alla fine dell’abluzione. Pare che i più pigri prendessero la stanza in coppia, anche fra sconosciuti, solo per dividersi i compiti: uno sotto il getto e l’altro di servizio allo spazzolone (per i norvegesi stor børste). Deanna e io in coppia lo eravamo già e, non essendo interessati alla ginnastica aerobica intensiva, avevamo fatto i turni al respingimento idrico, che comportava comunque una certa attività fisica. Eravamo scesi a cena stanchi, ma felici, entusiasti alla sola idea della pesca del giorno dopo.
Avevamo già incontrato i due armadi, che ci avrebbero fatto da guida l’indomani, e che ci avevano ricevuti con la domanda d’obbligo:
“God aften?”
Noi oramai sapevamo il trucco e avevamo risposto con la stessa richiesta di buona sera. Dopo una tipica cena a base di carne di renna, usciamo a fare due passi lì intorno.
Nel nulla.
In effetti, non c’è niente, a parte poche costruzioni basse, in legno, che, a giudicare dal profumo che aleggia, devono essere stalle. Ogni tanto ci viene da grattarci qualcosa e non si capisce perché. Nel dubbio, rientriamo, anche perché, il giorno seguente, ci si deve alzare presto. Da noi diremmo in ora antelucana, ma qui, col fatto che non fa mai notte, non avrebbe senso. Di certo non avevamo dormito molto, quando l’indomani abbiamo ritrovato i due armadi da pesca, da me subito battezzati Ikea-men (sì, lo so, l’Ikea è in Svezia, ma è sempre Scandinavia, non sottilizziamo).
Si parte. Loro ci precedono in macchina e noi dietro. Ma dietro parecchio, perché i due Ciceroni sono partiti come se guidassero un razzo a Cape Canaveral o almeno una Ferrari a Monza e ci hanno subito distanziati, tanto che non li vediamo più, già da qualche chilometro. “Siamo sicuri di non averli persi?” arrischio io, che non conosco gli usi norvegesi. “Sono dietro la curva.” dice Lisa, dopo aver guardato il volto impassibile di Olaf. “No problem.” sentenzia lui, che è al corrente delle abitudini locali. Finalmente imbocchiamo un rettilineo a perdita d’occhio. Per strada non c’è nessuno. Proprio nel senso che non si vede una macchina per qualche chilometro avanti. “I’m afraid that we lost them.” sentenzia ancora Olaf, che se ne intende di strade deserte norvegesi.
E inverte la marcia.
Ripercorriamo lo stesso numero di chilometri all’indietro e troviamo i due Ikea-men sul bordo della strada, che si sbracciano, forse per paura che li confondiamo col resto dell’arredamento, cioè i cespugli. Ci avevano seminato subito dopo la partenza, quando si erano infilati furbescamente in un sentiero laterale, appena dietro la prima curva. Si erano infrattati lì, per procurarsi l’occorrente per la costruzione della tenda: tanti bei rami di betulla, lunghi e diritti, di cui due terminanti a forcella (poi vi spiego).
E si riparte.
Prima che risalisse in macchina, ho sentito Olaf rivolgere alle guide Ikea una serie di interrogazioni piuttosto perentorie e ne ho dedotto che li abbia indottrinati sull’opportunità che gli accompagnatori non facciano perdere le proprie tracce agli accompagnati, forse spiegando anche che gli pneumatici non lasciano tracce sull’asfalto, altrettanto comode da seguire quanto quelle degli zoccoli dei cavalli nelle praterie americane. Evidentemente devono aver capito il concetto, perché adesso ce li abbiamo sempre davanti, a rischio tamponamento. Dopo un certo tempo, previa segnalazione luminosa, lasciano la strada principale, inoltrandosi fra gli arbusti, verso il fiume, che avevamo già intravisto in lontananza. Trovata una radura adatta alla bisogna, ci fermiamo e si scarica tutta l’attrezzatura: pali di betulla, tendone impermeabile, canne da pesca, esche, sacchi a pelo, graticola, cuccume, guanti, cappellini e zanzariere.
“Zanzariere? A cosa servono?” chiedo io ingenuamente, sollevando una di queste reticelle fittissime, tipo veletta da maliarda primo Novecento.
“For the mosquitos.” spiega Olaf, che se ne intende di insetti norvegesi.
“Zanzare in Norvegia?” sempre io, cadendo dalle nuvole, nonostante il cielo sereno. “Certo, – fa Lisa con tono naturale – anzi, la Norvegia è una delle nazioni al mondo dove ci sono più zanzare, perché qui non si fa uso di insetticidi.”
Ci guardiamo esterrefatti: eravamo convinti che quassù – per via dell’inverno, che dura quasi dieci mesi all’anno – le zanzare non le conoscessero nemmeno.
“Potevi dircelo.” ancora io, un po’ risentito.
“Ma c’è scritto in qualunque guida della Norvegia!”
Una volta tanto, Lisa ha ragione. Ho verificato, ma troppo tardi.
“Io non mi preoccupo, – dico scaramanticamente – perché le zanzare non mi pungono mai. Nemmeno nella giungla.”
Ero sul punto di raccontare una mia avventura guatemalteca, ma ho soprasseduto, perché il pubblico non mi sembrava molto ricettivo.
“Escono soprattutto al tramonto.” dice Lisa.
“Allora siamo a posto! – dico io – Il sole non tramonta mai!”
È vero. Il globo infuocato non sorge a Est, sale in cielo e scompare a Ovest, come nel resto del mondo. No: qui gira in tondo sull’orizzonte, più o meno alla stessa altezza. Come se fossero, per dire, sempre le dieci del mattino. Però cambia la temperatura. Dopo un po’ che sei lì, se ti distrai, quando guardi l’orologio, non capisci mai se è l’ora di andare a letto o di alzarsi. Se è meno freddo, ti alzi, se è più freddo, ti corichi. Funziona più o meno così.
Intanto i due armadi scandinavi stanno costruendo un tepee. Avete presente quelle tende coniche dei nativi americani, sostenute da un’intelaiatura di pali ricoperti di pelli di bisonte? Proprio una di quelle. Solo che qui, al posto delle pelli di bisonte, c’è il tendone impermeabile, per mancanza dei primi.
“Questa è la conferma – dico io – che Odino fu il primo europeo a scoprire l’America.” Gli altri mi guardano in un silenzio eloquente.
“Era Erik il Rosso.” dice Deanna implacabile.
“Ah... bèh... sì... certo, – faccio io – ma Odino era detto Vegtamr, il viandante, che andava in giro per le vie del mondo intero, quindi vuoi che non sia arrivato in America? E poi era detto anche Allfödr, il padre del tutto, compreso di sé stesso, dunque anche di Erik il Rosso.”
“Ma va’...!” mi esorta Deanna. E si dirige verso il tepee.
Dovete sapere che io sono detentore del record (non omologato) di triplo salto mortale senza toccar mai per aria con ricaduta in piedi, nel senso che, quando dico una cazz... una sciocchezza, riesco sempre (quasi sempre) ad aggiustarla, ricorrendo a qualche nozione, che i più ignorano e quindi sono costretti a prendere per buona. Ora, io avevo letto tutto il Canzoniere Eddico norreno e quel che avevo detto di Odino era vero. Intendo gli epiteti, non la faccenda dell’America. Potete controllare. Per cui, tutto sommato, Deanna mi aveva zittito ingiustamente. Certo, io avevo confuso Odino con Erik il Rosso. Ma questo è un altro discorso. Dunque, accantonata la discussione sui vichinghi e i loro viaggi per mare, entriamo nel tepee, che dentro è molto più spazioso di quel che ci si aspetterebbe da fuori. Per un attimo, mi chiedo perché le due cuccume siano una bianca e una nera, ma rinvio la richiesta ad altro momento.
Mentre tutti ci bardiamo da apicoltori, scorgo uno degli armadi pescatori collocare alcuni inequivocabili tranci di salmone nel contenitore termico, il che non mi pare rivelatore di grande fiducia né nella pescosità del fiume né nella capacità dei pescatori. Tengo per me questa considerazione, tanto per non farmi la fama di uccello del malaugurio, e partiamo, la canna in resta, verso il greto.
Io precedo tutti di corsa e, raggiunto il bordo, tocco l’acqua con la punta di una scarpa: “Tana!” grido, come da bimbi, quando si giocava a nascondino, ma la battuta non ha l’effetto sperato.
Seguendo le istruzioni degli armadi parlanti (opportunamente tradotte in inglese da Olaf), ci disponiamo a una certa distanza l’uno dall’altro, un po’ per non insospettire i salmoni di passaggio (penso io), molto per evitare il rischio d’intreccio delle lenze (spiegano loro). Vi risparmio la descrizione del mio laborioso e imperfetto apprendimento della tecnica del lancio e dell’utilizzo del mulinello. Basti sapere che non sono finito avviluppato nel filo di nylon e non ho agganciato nessuno con gli ami.
La pesca è un’attività per oziosi (e l’ossimoro è voluto).
Diciamo la verità, è l’occupazione ideale per i fannulloni perditempo. Il pescatore (otto, nel nostro caso, anche se, per almeno sei, la definizione di ‘pescatori’ è impropria) si piazza sulla riva di un corso d’acqua, con una canna in mano; con un abile movimento delle braccia lancia a distanza l’amo, con l’esca (naturale o artificiale che sia), il piombo e il galleggiante, poi s’immobilizza e rimane lì, fermo in piedi, per un tempo indeterminato, tendente all’infinito. E non fa niente. Sì, ogni tanto armeggia un po’ col mulinello, ma è più che altro per far capire all’eventuale osservatore che non è imbalsamato e non è nemmeno un manichino e, per dimostrare che il prolungato mantenimento della stessa posizione non gli ha paralizzato gli arti né gli ha anchilosato irreversibilmente le articolazioni, all’improvviso ripete il lancio. Poi torna immobile. E ci rimane per ore. Indifferente a qualunque evento esterno. Atarassico (che la pesca l’abbiano inventata i filosofi scettici?). C’è un racconto di Carver, nel quale tre amici scoprono il cadavere nudo di una ragazza nel fiume e lo lasciano lì tre giorni, prima di avvertire la polizia, pur di non interrompere la pesca. Perché il pescatore è così, imperturbabile. I pesci non abboccano (guai a chiedergli se abboccano!) e lui, niente. Non è che, dopo un certo tempo, perda la pazienza, schianti in due la canna, mandi affanculo tutto il mondo ittico e vada a casa, per non tornare mai più. No. Sta lì, sulla riva, come se fosse un saggio orientale che aspetta di veder passare il cadavere del nemico, fino a che fa buio. E, appena può, ripete la seduta.
Io, sinceramente, dopo i primi lanci infruttuosi, mi ero già rotto e sarei andato volentieri a fare qualcos’altro, invece i miei compagni di sventura sembrava quasi che si divertissero a non far niente inutilmente. Per di più, le zanzare erano presenti in nugoli, uno per ogni persona, come una dotazione della canna da pesca offerta dalla Pro loco.
“Ma non dovevano uscire al tramo...?” chiedo, ad alta voce, per sovrastare il rumore dell’acqua.
Vengo immediatamente zittito da sette furiosi “ssssh!”, come se fossimo un commando in missione di assalto a sorpresa. Allora ricordo che Lisa aveva detto “soprattutto al tramonto”. Sta di fatto che queste maledette zanzare scandinave pungono anche me! Fino a quel momento della mia vita, ero stato convinto di essere immune dalle vogliose attenzioni dei piccoli ditteri-vampiro. Il mio sangue l’avevano sempre schifato, tanto sui lidi ferraresi, quanto su quelli thailandesi o cubani e persino nella giungla centroamericana. Queste qui, invece, mi stanno pinzando dovunque, attraverso la stoffa dei blue-jeans, attraverso i calzettoni da tennis. Persino attraverso il cappello da apicoltore: vera e propria irrisione! E questo supplizio, mentre non si vede l’ombra di un salmone..
. “L’ho preso! – urlo di Luca – Ha abboccato! Ce l’ho! Dev’essere enorme!”
Tutti guardiamo dalla sua parte. In effetti, in mezzo alla corrente, davanti a lui, si vede un ribollire d’acqua, da cui si affaccia ogni tanto una coda. Il natante pare davvero grosso. I due armadi da pesca (che finora non hanno pescato niente) accorrono in aiuto, brandendo un guadino (dice che la reticella con manico si chiama così). Comincia la lotta fra l’uomo, che vuole a tutti i costi tirare a riva la vittima pinnata, e quest’ultima, che non vorrebbe per niente al mondo rinunciare ad andare a riprodursi da qualche parte a monte. Alla fine, vince l’uomo. Il salmone catturato peserà almeno due chili, forse più. Luca è il nostro eroe.
I norvegesi non lo ammetterebbero mai, ma lo stanno guardando come se fosse lui il vero responsabile della morte di Amundsen. Io osservo gli ultimi spasmi del pescione e immagino di chiedergli se valeva la pena di partire dal Mar dei Sargassi, per finire così. Il quesito pensato rimane senza risposta. In realtà, più che crudele – come qualcuno (per esempio Leopardi) pensa erroneamente – la Natura è indifferente alla sorte degli individui, nel perseguire i suoi scopi di perpetuazione delle specie. Dieci, cento, mille salmoni pescati o mille, diecimila, centomila uomini ammazzati, non contano. Così è.
Naturalmente seguono le foto ricordo: Luca col pesce sollevato in alto. Vinciamo la tentazione di farcelo prestare, per fingere poi con gli amici di averne pescato uno a testa. Non ci si pensa, ma è un po’ come quando il cacciatore bianco si fa fotografare col piede appoggiato sulla testa del leone abbattuto. Per di più, il salmone ha impiegato un tot di tempo, per morire asfissiato. Anche su questo, di solito non si fa mente locale, ma, se i pesci non fossero muti, la loro agonia sarebbe straziante. E forse si dedicherebbero alla pesca solo i sadici d.o.c..
Per festeggiare, pausa pranzo. Tutti dentro al tepee. Riponiamo l’attrezzatura da apicoltori. Viene acceso il fuoco al centro, circondato dalle pietre e sormontato da un’asta trasversale, a cui appendere le cuccume, come nella migliore tradizione pellerossa (le cuccume, magari, no). I due armadi semoventi si danno un gran daffare. Per prima cosa, si sfilano gli scarponi e tolgono il fango dalle suole, usando la punta di un coltellaccio modello Rambo: la pulizia della casa innanzitutto, anche se qui il pavimento è di terra. Poi mettono la graticola sul fuoco e ci dispongono sopra i tranci di salmone, prelevati dal contenitore termico. Quello pescato da Luca se lo tengono loro e non capirò mai perché. Sarà l’uso norvegese.
Distribuiscono piatti, bicchieri e posate da campeggio e, nell’attesa che il pesce sia cotto, ci viene offerto l’antipasto: carne secca di renna, tagliata a fettucce da un blocco scuro... con lo stesso coltellaccio modello Rambo, di cui sopra. Ci scambiamo fuggevoli occhiate, in silenzio. I pescatori del Nord, si sa, sono uomini duri, abituati a vivere a contatto con la natura, non femminucce igieniste come noi! Per questo, per non fare brutta figura, evitiamo ogni commento e mastichiamo (a lungo) le strisce di simil-cuoio, confidando che i batteri del colera e del tifo preferiscano i paesi più caldi.
Come tutti sanno, dentro il tepee si siede in circolo, a gambe incrociate, intorno al focolare, mentre il fumo (anche quello dei calumet, che fumano gli indiani nei film) sale verso l’alto e si pensa che esca dall’apertura in cima al cono. Quello che non tutti sanno (perché nei film non te lo fanno vedere) è che il fumo stesso (che, nel nostro caso, comprende anche quello abbondante e maleolente di cottura) esce solo in minima parte, ristagnando per lo più all’interno, ad altezza d’uomo. Per essere esatti, ad altezza d’uomo basso, per cui, se ci si alza in piedi, si rischia comunque il soffocamento, a meno di essere bambini o nani. Questa è la ragione per cui, quando mi si è manifestata un’impellente esigenza fisiologica (leggi minzione), sono strisciato fuori a mo’ di leopardo. All’esterno, ho subito notato l’assembramento di zanzare in attesa di nutrimento e mi si è posto l’atroce dilemma: offrire la pur minuscola appendice carnale alle volanti assetate o pisciarmi addosso? Ho scelto la prima opzione, per ovvie ragioni igieniche, ma l’operazione ha messo a dura prova la mia capacità polmonare, data l’esigenza assoluta di soffiare in continuazione sull’organo, per diradare (non dico dissolvere) la nube alata. Risultato: non meno di cinque pomfi in un’area di pochi centimetri quadrati. Ho ricollocato l’arnese nell’apposito alloggiamento, fermamente deciso a evitare qualsiasi nuova esposizione cutanea, fino a quando non si fosse reso disponibile un water adeguatamente protetto.
Al mio rientro nel tepee, essendomi prontamente gettato a terra, prima di entrare nella cortina fumogena (che, se non altro, era servita a dissuadere le zanzare da un’incursione all’interno), ho scoperto il perché dei diversi colori delle due cuccume di forma uguale: la bianca conteneva tè, la nera caffè. Sagace! Va detto però che il colore delle due bevande era identico. E anche il sapore: risciacquatura di piatti.
Avevo già notato che tutti (compresi gli Ikea-men) si grattavano da qualche parte e così, per ravvivare la conversazione, dico:
“Sapete che circa metà degli esseri umani morti finora è stata uccisa dalle femmine di zanzara? Si parla di oltre quaranta miliardi di persone, mica due o trecento. Pare che le ammazzino al ritmo di una persona ogni dieci o dodici secondi. E ancora adesso.”
Sono quelle notiziole, che di solito si leggono sulla Settimana Enigmistica nella rubrica Lo sapevate che..? o roba simile. Stranamente l’effetto sull’uditorio non è di terrore. Forse perché non si è mai sentito dire che in Norvegia ci sia la piaga della malaria. Ma sarà poi vero? Se fossimo stati in Africa, sarebbero sbiancati di sicuro. Comunque, dopo pranzo, si torna a pescare. Io ho provato a ritardare un po’, ma Deanna non me l’ha consentito. Il concetto era: “Non siamo mica venuti qui per riposarci.” ma espresso con altre parole, che non ricordo. Dunque un’altra interminabile sequenza di lanci, manovre di mulinello e immobilità. Soprattutto immobilità. Dice: “La pesca favorisce la riflessione.” Vero, però io – giuro – riesco a riflettere anche senza bisogno di stare lì impalato con una canna in mano, a farmi fare ininterrotte trasfusioni di sangue da una miriade di ditteri convenuti in Norvegia – suppongo – da ogni parte del globo, dopo aver saputo che questa popolazione è contraria agli insetticidi. Allora, viva il D.D.T.! E almeno si vedessero i salmoni. Mi ricordo un documentario, in cui gli orsi bruni, appostati sulle rive dei fiumi, afferravano al volo i pesci, che balzavano fuori dall’acqua, per superare le rapide in salita. Qui, invece, non salta fuori niente. Cominciavo a pensare che Luca avesse preso l’unico salmone in viaggio lungo il Tana...
“L’ho preso! – nuovo urlo di Luca – Ha abboccato! Ce l’ho! Aiuto! Questo è enorme davvero! Venite a darmi una mano! Presto!”
In effetti, barcolla avanti e indietro, nel tentativo di non farsi trascinare in acqua. Il ribollio è impressionante. La coda, che emerge a tratti, sembra quella di un capodoglio. (I pescatori, si sa, esagerano sempre nelle descrizioni). Che abbia abboccato una balena disorientata, risalita per sbaglio lungo il fiume? O un pesce preistorico, miracolosamente sopravvissuto? I guardaroba Ikea accorrono: uno col guadino, l’altro brandendo un raffio (dopo vi spiego). Devono essersi resi conto subito dell’eccezionalità della situazione. Luca lotta eroicamente, seguendo le istruzioni su quando dare lenza e quando tirare a sé. Sembra il capitano Achab, ma con tutt’e due le gambe. S’intrecciano grida multilingui di stupito entusiasmo:
“Er svær!” gli armadi.
“It’s enormous!” Olaf. “Che bestia!” noi.
Tira e molla, la gara di resistenza va avanti per dieci minuti buoni, senza che siano riusciti a far avvicinare apprezzabilmente alla riva il supposto cetaceo. Di colpo, Luca e gli armadi, impegnati in tre nel tiro alla canna, balzano all’indietro e per un pelo non finiscono gambe all’aria: il mostro pinnato ha spezzato la lenza. Delusione generale.
“Peccato, – commenta Luca – doveva essere una bestia di almeno cinque chili.”
“Ten.” dice Olaf, come se partecipasse a un’asta.
Poi aggiunge, colto da improvviso senso delle proporzioni:
“Maybe.”
Gli armadi assentono sconsolati, non si capisce se ai “dieci chili” o al “forse”, uno dei due stringendo ancora in pugno il manico del suo inutile gancio d’acciaio (il raffio, appunto). Quel che appare chiaro è lo spirito di gruppo: al successo o alla sconfitta di uno partecipano tutti. Forse avevo mal interpretato lo sguardo di qualche ora fa.
Dico la verità: io, invece, ero contento. Per il pesce. È istintivo: quando un cacciatore sbaglia la mira, applaudirei. Alla corrida, una volta, ho visto incornare il matador e non mi è dispiaciuto per niente. Sì, lo so, non sta bene dirlo, ma è così. Comunque la mia soddisfazione non l’ho mica manifestata. Me la sono tenuta per me.
Ringalluzziti dall’ulteriore prova della pescosità del fiume, tutti rilanciano le lenze e aspettano, ma, dopo un tempo indeterminabilmente lungo, io comincio ad avere freddo, prima alle estremità, poi al resto del corpo. Accantono il ricordo della descrizione della morte di Socrate – consapevole di non aver bevuto la cicuta (anche se il gusto del tè non era molto meglio) – e guardo l’orologio: le nove passate. Come ho detto, qui il sole non è di nessun aiuto, a meno di imparare il significato delle sue diverse posizioni sull’orizzonte (a destra, a sinistra, davanti, dietro).
“Non sarebbe ora di cena?” chiedo timidamente.
“Ssssh!” i sette del commando.
Però, dopo un po’, visto che le lancette dell’orologio si avvicinano alle dieci, la pattuglia decide di sospendere l’Operazione Salmone e rientriamo nel tepee. Altro fuoco, altro fumo, altro antipasto di corame (sempre tagliato col solito Rambo-knife), altri tranci di salmone, altro tè-caffè o caffè-tè. E dopo cena, ripartono verso la riva. Loro ripartono, perché io ne ho avuto abbastanza e manifesto, in almeno due lingue, la mia ferma intenzione di andare a dormire. Mentre tutti mi guardano come un malato, gli armadi dispongono i sacchi a pelo lungo la circonferenza del tepee e mi assegnano il mio. Poi il gruppo si avvia verso una nuova pesca miracolosa.
Premetto: non ho mai dormito in un sacco a pelo. Tuttavia ho un’idea approssimativa di come funzioni e quindi, dopo essermi sfilato le scarpe e tolta la giacca, ho cercato la lampo, per aprirlo e sdraiarmici dentro. Non c’era da nessuna parte. Ho controllato gli altri: ce l’avevano tutti e ben visibile. Quindi la mia intuizione era giusta: di norma, quella specie di grosso baccello (cfr. L’invasione degli ultracorpi) veniva aperto e poi richiuso, dopo esserci entrato. Per un attimo, sono stato tentato di scambiare il mio con uno degli altri, ma solo per un attimo. Ho infilato i piedi dentro l’unica apertura e ho cominciato a dimenarmi come un lombrico, per avanzare all’interno. In un documentario avevo visto un serpente inghiottire una capra intera, che avanzava lentamente dentro il suo corpo, grazie a movimenti di contrazione e rilassamento muscolare. Io mi sentivo come se fossi entrato nella bocca di un rettile dalla peristalsi paralizzata e che mi toccasse aiutarlo a digerirmi, facendo tutto io. L’immagine non era per niente romantica. Per contrasto, mi era tornata in mente la scena in Addio alle armi, dove lei e lui dormono nello stesso sacco a pelo: li avrei proprio voluti vedere, alle prese con questo!
Alla fine, ci sono riuscito, ma ero coperto di sudore. Per di più, mi sembrava di essere dentro un termoforo. Forse avrei dovuto spogliarmi del tutto, però non avevo nessuna voglia di farmi vomitare e di nuovo inghiottire. Così, mi sono sdraiato e ho appoggiato la testa a terra. Subito, una sciabolata di aria gelida mi ha colpito la parte destra del capo: ero giusto all’altezza dell’apertura fra il tendone del tepee e il terreno, con un’escursione termica, fra testa e corpo, di almeno venticinque gradi. Allora ho tirato su il cappuccio, in modo che restasse scoperto solo il viso. Immaginavo di somigliare al sarcofago di Tutankamon, ma senza oro e pietre preziose.
A quel punto, è rientrata anche Deanna, finalmente stufa di ammirare la corrente del fiume, e si è piegata in due dal ridere, appena mi ha visto. Quando è riuscita a riprendere fiato, ha detto:
“Sembri una matrioska.”
Preferivo Tutankamon. E, su questo pensiero, mi sono addormentato.
Dopo un po’, mi sono messo a discutere con Deanna. Io sostenevo che il Mar dei Sargassi fosse quel tratto di acqua corrente davanti alla spiaggia di Rimini, dove noi avevamo piantato la tenda, e che le anguille venissero in villeggiatura da quelle parti, perché ci si mangiavano le migliori zanzare dell’Adriatico. Lei pareva convinta che quelle in bikini, distese al sole, fossero femmine di salmone e fossero ghiotte di tartare di tonno. Mentre cercavo qualche ulteriore argomento, a sostegno della mia tesi, fui distratto dal rumore di un convoglio ferroviario in transito dietro il cespuglio, proprio accanto alla nostra tenda e pensai che non avevamo scelto un buon posto per piantarla, pur essendo certo che prima la linea ferroviaria non ci fosse. Tuttavia il passaggio del treno (lungo come lo sono solo in Canada) proseguiva assordante e io cominciavo a innervosirmi, perché avrei voluto riprendere a dormire. Stavo per alzarmi e andare a protestare col macchinista, quando mi sono svegliato e ho scoperto che quello sferragliare cadenzato non lo produceva un treno, ma Deanna, russando. Dilemma: tiro un urlo o rinuncio a dormire? Ho scelto la seconda, ma la buona azione è servita a poco, perché si è svegliata anche Deanna. Pareva impossibile, ma era passata più di un’ora. Attraverso opportuni movimenti peristaltici da me indotti, il sacco a pelo mi ha evacuato. Dopo, siamo tornati sulla riva, ma, per farvela breve, non abbiamo più pescato niente e il salmone di Luca è rimasto agli armadi.
Dopo i ringraziamenti interrogativi d’obbligo, siamo ripartiti, rispettando la tabella di marcia. Destinazione matrimonio lappone.
La Lapponia (quella zona che abbiamo attraversato noi) è molto suggestiva: una piana sconfinata, pressoché priva di una vegetazione degna di questo nome, schiacciata sotto un cielo plumbeo. Avec un ciel si bas qu’un renne s’est pendu, avrebbe cantato Brel (in norvegese), se fosse nato a Oslo. Ogni tanto, si vedono in distanza i villaggi tipici: un insieme di parallelepipedi in legno col tetto ondulato. In uno ci siamo fermati. Siamo entrati in un negozio di souvenir gestito da due giovani lapponi: lui era di Bergamo (blue-jeans e camicia di flanella), lei una hippy californiana (camicione e treccioline). Pare che lui fosse finito lì, per via della nebbia, una volta che era uscito per andare a Milano in macchina. Lei, non so. Non ho chiesto.
Dopo parecchie ore di questo paesaggio vario, pareva che avessimo girato in tondo.
Invece: “Here we are.”
Olaf arresta il pulmino, davanti a un campo coltivato a niente. Scendiamo e vediamo, poco lontano, un carro di legno, che avrebbe figurato bene nella scenografia del Settimo sigillo di Bergman. Modello Medio Evo, tipo quelli su cui portavano le streghe al rogo. Il veicolo è dotato di due cavalle da tiro, una a terra, coi finimenti, e l’altra a cassetta, con un vestito leggero. La seconda salta giù agilmente e trotta incontro a noi. Gran ballonzolare di tette e chiappe. Scambio di domande con Olaf, una parte delle quali devono essere risposte. Viene fuori che saliremo tutti sul carro, portandoci dietro un minimo di attrezzatura per la notte, perché è l’unico mezzo possibile per raggiungere il villaggio lappone, in mancanza di strade. Mi chiedo come abbiano fatto tutti gli altri ad andarci, ma non esterno il pur legittimo dubbio.
Si parte, percorrendo cavedagne quanto mai dissestate e rimbalzando ritmicamente sulle panche. Un vero toccasana per le schiene. I nostri commenti escono come da una radio che riceva male: saltando una sillaba ogni due. Di colpo, il carro si ferma sulla riva di un torrente impetuoso. Si sa, il disgelo, a monte. La giumenta a cassetta rivolge una domanda piuttosto perentoria a Olaf, che la trasforma in un cortese invito a scendere, perché il precario ponte di tronchi non reggerebbe il peso di tutti noi.
“Dobbiamo guadarlo?” chiedo io, che non lo so dire in inglese. Vengo fulminato da uno sguardo di Deanna e m’incammino valorosamente sul ponte, dietro il carro, salvo fare subito dietro-front, appena sento il sinistro scricchiolio dei tronchi. “Meglio lasciar passare prima il veicolo.” sentenzio.
Ad ogni buon conto, nessuno osa contraddirmi.
Dopo aver superato il ponte, sempre in equilibrio precario sui gorghi, riprendiamo il viaggio sobbalzante, lasciandoci alle spalle la corrente torrenziale, senza rimpianti. Dopo un certo numero di ulteriori scosse, in movimento ondulatorio e sussultorio, arriviamo a una spianata contornata da quattro capannoni in legno. Io credevo che fosse una fabbrica e mi stupiva la scelta del luogo. “Godranno di contributi dello Stato per le zone depresse.” avevo pensato. Invece era il villaggio lappone. Quando me l’hanno detto, mi sono guardato intorno, alla ricerca di uomini e donne nel caratteristico costume, ma niente. Erano tutti vestiti come noi: blue-jeans, camicie e pullover, le solite cose. C’era anche un giovane con un completo nero e la camicia bianca con tanto di papillon e una ragazza con un abitino bianco niente male, spalle nude, un modello tipo Ferrè. Mi hanno detto che erano gli sposi. Gli gironzolava intorno un bambino piccolo. Ho pensato che avessero consumato prima e avessero aspettato un po’ più del solito, a prendere la decisione di fare il grande passo, ma il ragazzo aveva un’aria alquanto truce e quindi Lilli (che, quando era piccola, diceva che da grande avrebbe fatto la “scrivitrice”) ha ricostruito all’istante tutta la storia.
La fanciulla era innamorata di uno di città, un poco di buono che ai genitori non piaceva per niente e che le avevano proibito di frequentare, ma l’amore – si sa – è più forte di ogni divieto e lei continuò a vedersi con lui, e non solo a vedersi, dato che rimase incinta.
Naturalmente il mascalzone scomparve di scena e, dopo qualche anno, i genitori della ragazza-madre le combinarono il matrimonio col qui presente, disposto a prendersela e a dare un nome al figlio del peccato. Però non si può pretendere che sia anche allegro. Fa un po’ Carolina Invernizio, ma Lilli è convinta che sia andata così.
Io sono più propenso a credere che i due siano una coppia di figuranti, pagati per recitare la scena del matrimonio a uso dei turisti e che ne abbiano le scatole piene di rifare sempre la stessa pantomima.
“Già, e il bambino?” chiede Lilli, affezionata al proprio copione.
“Sarà il fratellino di lei – dico – o un cuginetto.”
Veniamo interrotti da una signora, che ci invita a entrare in uno dei capannoni, dove sono esposti i regali di nozze. Sembra di essere a Napoli. Tutto il mondo è paese.
Fra gli oggetti esposti, quelli che mi colpiscono di più sono: un pianoforte bianco a coda e un sofisticato impianto stereo. Il primo mi fa subito immaginare un concerto di musiche nordiche, in mezzo alla tundra lappone, con tutte le renne in platea. Il secondo invece mi lascia un po’ perplesso: dato che qui non c’è la corrente elettrica, che funzioni a candele? Mentre aspettiamo l’inizio della cerimonia, io mi chiedo quando arriveranno i lapponi veri, quelli in costume tradizionale. Intanto, faccio un giro e mi inerpico sulla collinetta che delimita la grande spianata. Arrivato in cima, guardo giù, dall’altra parte: ci sono almeno una trentina di macchine parcheggiate. Ecco come sono arrivati tutti gli altri, quelli che non fanno parte del pacchetto turistico! Altro che località impervia!
“Oppure le hanno fabbricate lì, in attesa che facciano la strada.” ipotizzo.
................
Dal finestrino ammiravamo, con scoramento crescente, il colore del nulla. Grigio scuro. Stesso colore, in alto come in basso. La tundra, cioè licheni, erbe e arbusti bassissimi. Aleggiava fra noi quattro un tacito “te l’avevo detto io!”, ma siccome, chi prima chi dopo, tutti avevamo detto che a Capo Nord non c’era un c... di niente, nessuno sapeva a chi rinfacciarlo. Quando ci hanno annunciato che stavamo per arrivare, in mezzo a quel deserto bigio, abbiamo visto, a qualche decina di metri dalla strada, due o tre tende canadesi, ben distanziate fra loro, per non creare affollamento, di fianco alle quali erano parcheggiate le motociclette di qualche centauro dimezzato, che doveva aver rinunciato alla vista del paesaggio, pur di ripararsi un po’ dal vento polare.
“Non saranno mica morti?” ha chiesto Deanna, indicando quelle precarie coperture. Io – che detesto il linguaggio politicamente corretto, che sta prendendo piede (quello, per capirci, che chiama i disabili diversamente abili) – esterno la battuta del giorno, fingendo di correggerla: “Non si dice ‘morti’!”
“Ah, no? – lei, disorientata – E come si dice?”
“Diversamente vivi. Comunque spero per loro che lo siano, così almeno non sentono il freddo.” Nessuno ha reagito in qualche modo né alla battuta né al paradosso.
“Here you are.” ha annunciato l’armadio-guida.
Il pullman si è fermato e hanno aperto le porte. Come se fossimo arrivati su Plutone o nel nono cerchio dell’Inferno dantesco. Per dire il gelo.
“Dobbiamo proprio scendere?” chiedo retoricamente.
Appena fuori, siamo stati accolti da tutti gli dèi del Wallhalla, Odino in testa, che con miriadi di cerbottane ci sparavano addosso spilli sotto forma di goccioline di pioggia. Eravamo tutti bardati come Amundsen nella famosa spedizione artica, ma inutilmente. Il comandante della missione, consistente nel raggiungere il punto esatto di Capo Nord, ha fatto cenno col braccio di andare avanti.
“Avanti dove?” chiedo io, che non vedevo niente altro che grigio uniforme.
Nessuno mi ha risposto o, se lo ha fatto, non l’ho sentito. Impossibile udire le voci, a più di mezzo metro di distanza. Nel dubbio, ci siamo piegati in due e abbiamo cercato di contrastare la bufera, che ci spingeva verso Sud. Avanzavamo alla velocità di quattro o cinque metri al minuto (circa), con gli spilli divini che ci bucavano la faccia.
Dopo un tempo imprecisato, ma non breve, in mezzo a quel nulla monocromatico abbiamo cominciato a distinguere una sagoma più scura e, dopo qualche altro lungo minuto di lotta titanica con gli elementi, siamo arrivati davanti a un enorme bunker. Nella facciata c’era una rientranza e il capo-spedizione ci ha fatto capire che era l’ingresso. Quella specie di nicchia era però ostruita da un groviglio di indumenti accatastati a terra. Abbiamo fatto per spostarli e abbiamo scoperto che dentro c’erano anche delle membra umane, apparentemente distribuite alla rinfusa, inframmezzate a un certo numero di bottiglie di whisky. Vuote. “Non saranno mica morti?” ha chiesto di nuovo Deanna, realizzando che le membra erano attaccate a corpi, anche se inanimati.
“Lo spero per loro. – ho ribadito il concetto di poco prima, senza ripetere la battuta politicamente corretta – Se no, morirebbero dal freddo.”
Per la seconda volta, nessuno ha fatto caso alla paradossalità della frase e abbiamo scavalcato la catasta, entrando nel bunker, del quale il nostro capo possedeva misteriosamente le chiavi. L’interno era completamente disabitato, tipo esercitazione nucleare, ma conteneva le seguenti attrazioni: 1) un Souvenir-shop, con tanti oggettini in pelle di renna, in ossa di renna, in corna di renna, in zoccolo di renna, in peli di renna o almeno suppongo io, visto che qui con la renna ci fanno tutto; a meno che non fossero in plastica, come nel resto del mondo; 2) una tavola calda, in quel momento fredda e priva di qualunque entità commestibile; 3) un videorama – incastonato nella parete curva, che costeggiava un corridoio discendente nel sottosuolo, sul genere del Guggenheim Museum, ma senza quadri – rappresentante la conquista del Polo Nord da parte di manichini di dimensioni quasi umane, con cani, slitte, renne, eccetera; 4) una discoteca (sì, lo so che non ci credete, ma è la verità).
Ci siamo chiesti quando mai quel posto si sarebbe animato con la presenza di qualche essere vivente, ma non c’era nessuno che potesse risponderci. Comunque l’Overlook Hotel (non so se avete presente Shining), in confronto, sembrava il carnevale di Venezia, quanto ad affollamento e allegria. Per dire.
Tutti a esclamare: “Interessante!”
Ipocriti!
Terminata la visita alla struttura abbandonata, siamo usciti di nuovo all’aperto, nella tormenta di spilli liquidi, per raggiungere un palo piantato in mezzo alla nebbia. Quando ci siamo arrivati, sempre piegati in due, per contrastare la bufera infernal che mai non resta, abbiamo letto “Cape North”, caso mai uno avesse avuto dubbi, e sotto i cartelli direzionali delle varie città del mondo, con le relative distanze. Caso mai uno avesse deciso di proseguire per qualche altro migliaio di chilometri.

(Continuerà, forse)